Sincerità, verità e pensiero e Istinto vs razionalità
Sincerità, verità e pensiero e Istinto vs razionalità

Immagine creata da Grock
Voglio recuperare questi due post (legati tra loro) che pubblicai otto anni fa, ci sono i link ma questa volta sotto trovate tutto il testo del post, in modo che non dobbiate per forza seguire il link.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.
https://login.writeup.app/ita/@ilnegro/sincerita-verita-e-pensiero
Sincerità, verità e pensiero
Ho spesso sentito parlare di sincerità, ero io stesso un adepto della religione della sincerità, del diciamoci la verità, del dico quello che penso.
Un giorno, un'amica mi disse: "Con questa scusa della sincerità la gente pensa di poter dire qualunque cattiveria".
Quella frase covò dentro di me e cominciai a rimuginarci sopra.
Parto quindi dall'inizio, da dove comincia, secondo me, il primo problema.
Nel nostro cervello "girano" un'infinità di pensieri, a vari livelli di coscienza, normalmente devono passare una serie piuttosto importante di criteri di consenso, prima di arrivare ad essere formulati come "quello che penso".
Questi pensieri che vagano nella nostra mente sono molteplici, contraddittori e spesso molti non li condividiamo.
Passandoli attraverso i nostri filtri razionali, emotivi, etici, estetici, morali, etc. la maggior parte viene eliminata, non riescono a superare uno di questi setacci e non arrivano al livello di "nostra idea".
In particolari condizioni, nel mezzo di un litigio, sotto stress, quando veniamo minacciati, quando ci sentiamo in pericolo, tendiamo a non filtrare usando tutti i nostri setacci, i nostri pensieri profondi tendono ad uscire attraverso scorciatoie comunicative che ci fanno "dire cose che non pensiamo".
In altri termini, esprimiamo pensieri che, con la dovuta calma e razionalità non avremmo espresso, in soldoni, non sono nostri pensieri, perché, semplicemente, non li condividiamo.
Questa è un'esperienza che abbiamo tutti, chi più chi meno, nella vita ci è capitato di chiederci: "Ma cosa ho detto?".
Quando diventiamo adepti della religione della sincerità spesso tendiamo a scambiare per sincerità la mera esposizione di "quello che ci passa per la testa" senza filtri, senza il vaglio del nostro sistema consolidato di scrematura, salvo poi, ripensandoci, renderci conto che quello che abbiamo detto non era esattamente quello che pensavamo e/o non era esposto nel modo più opportuno per essere compreso correttamente dai destinatari della nostra sincerità.
Per questo, come diceva la nonna, prima di parlare occorre contare sempre fino a 10, piuttosto, nel dubbio, fino a 20.
Per questo si dice, ci ho riflettuto sopra, indicando quel processo, non immediato, che passa tra un flusso di pensieri e il parto, spesso difficile, di un pensiero che rispecchia quello che veramente è conforme con quello che io sono e a quello che è il mio sistema di pensiero.
Vi è poi un altro problema, a mio avviso, il travisamento tra l'esposizione sincera della propria visione delle cose e la verità.
Anche quando si è contato fino a 1000, si sono verificate a fondo le compatibilità tra il proprio pensiero e il nostro sistema di vaglio della sua validità, resta il fatto che bisogna sempre tenere bene a mente che quella che si sta esponendo è la propria sincera e spassionata visuale sulla realtà.
La realtà, la verità, come entità astratte tutto sommato non esistono, esistono le sfaccettature che ognuno vede, dal proprio punto di vista di una certa questione, situazione, fatto.
Tutti noi tendiamo a scambiare la nostra opinione, che per quanto sincera possa essere, non è certamente la realtà o la verità, con una visione incontrovertibile; due versioni antitetiche dello stesso fatto possono tranquillamente coesistere nel nostro universo e lo possono fare persino nelle opinioni di una singola persona, figuriamoci in quella di una molteplicità di persone.
La sincerità è soggettiva, se io ho vagliato tutti i miei pensieri su qualche argomento, ho selezionato quello con cui sono più in accordo e lo esprimo nel modo migliore per far sì che venga compreso, ho fatto il massimo che io possa fare, quindi sono soggettivamente sincero.
Ma non sono oggettivamente sincero né potrò mai esserlo, per quanti sforzi io possa fare non esiste una persona oggettivamente sincera se non nel senso che tende ad essere sempre soggettivamente sincera, cioè intellettualmente onesta.
Da ultimo credo ci sia un altro modo per "scatenare l'inferno" che c'è dentro ognuno di noi, perché credetemi, c'è in ognuno di noi.
Lo definirei: dare un'occasione alla bestia.
Sotto lo strato di convenzioni, etica, razionalità, etc. cova, dentro ognuno di noi la bestia con i suoi pensieri assurdi, cattivi, pensieri magari di odio, di cattiveria gratuita, di irrazionalità, di cupio dissolvi.
Offrirle occasioni per sfogarsi può essere, a volte, catartico: un carnevale.
Può essere però anche molto pericoloso: quando si apre la gabbia ed esce la belva, non è così facile poi farla rientrare e, soprattutto, potrebbe fare danni notevoli e irreversibili nel mentre scorrazza liberamente.
Mi piace citare un racconto molto bello che parla proprio di questo: "Il falso autostop" di Milan Kundera.
Se vi interessa lo potete trovare, se non ricordo male, nella raccolta di racconti "Amori ridicoli".
Nel racconto due fidanzati decidono, per gioco, di far finta di non conoscersi, lei chiederà l'autostop e lui la farà salire in macchina, fingendosi entrambi sconosciuti.
All'inizio il gioco è divertente, finché non degenera; entrambi sostanzialmente perdono il controllo sulla propria identità e finiscono col detestarsi, con l'essere disgustati dall'altro.
Perché succede questo?
Perché la nostra identità è fatta da una stratificazioni di pensieri, di azioni, da un modo di essere, di parlare, di comportarsi.
Appena però, per gioco o sul serio, usciamo da questo schema che ci siamo costruiti col tempo, che ci permette appunto di filtrare nel mare dei nostri pensieri, cosa deve affiorare e cosa no, usciamo da noi stessi verso una terra sconosciuta e pericolosa, dove non sappiamo più chi siamo, cosa veramente pensiamo e cosa no.
Attenzione, quindi, a questi che possono sembrare giochetti innocenti, perché non lo sono affatto.
Quando la si lascia uscire, la bestia che c'è in noi si eccita perché è finalmente libera e farla rientrare nei ranghi non sempre è cosa facile e indolore.
Pensare prima di parlare e anche prima di agire è un favore che facciamo prima di tutto a noi stessi e poi anche a tutte le persone che ci circondano, è uno sforzo, ovviamente, ma è quello che, in definitiva estrinseca il concetto di civiltà e ci definisce come persona civile.
https://login.writeup.app/ita/@ilnegro/istinto-vs-razionalita
Faccio riferimento a questo post: https://login.writeup.app/ita/@ilnegro/sincerita-verita-e-pensiero
in particolare ai commenti, parlando della bestia, di:
E più la si tiene dentro senza farle prendere aria, più sarà devastante una volta che uscirà... perché prima o poi capita.
e di:
Provo con una domandina sulla parte per me meno convincente (ma che in nessun modo condiziona tutte le cose dette nel post): e se la bestia non fosse una bestia? Se fosse anche quella una parte del nostro essere civile? Cioé E se, nel nostro essere civili, quella bestia non fosse un elemento di disturbo, ma diciamo un socio fondatore della pratica comunicativa e poi espulso con una qualche bugia (calunnia)? Sono d'accordo con il commento di @voiceoff. Se fosse così, forse la sua "cattiveria" è stata determinata da noi stessi. Se fosse così sarà inutile qualsiasi tentativo di reprimere questa bestia. Se fosse così l'unico modo sarebbe dialogare con la bestia, dopo aver contato fino a 20 naturalmente.
A mio parere questi commenti meritano un discorso un po' più esaustivo di una rispostina. Il discorso è complesso e spero di riuscire a spiegarmi, purtroppo mi dilungherò, chiedo scusa, ma mi sa che non so dirlo in poche parole.
Cerco di spiegare come la penso su questo punto, cioè perché secondo me no, la bestia, nella comunicazione verbale e nei rapporti interpersonali non deve MAI prendere il sopravvento.
Chiamiamo istinto la bestia e razionalità il pensiero, cambiando la nomenclatura ma riferendoci sempre ai due aspetti trattati nel post https://login.writeup.app/ita/@ilnegro/sincerita-verita-e-pensiero.
Cosa intendiamo per istinto? La capacità della mente di compiere azioni prendendo decisioni in tempi brevissimi e/o in mancanza di dati sufficienti.
Cosa intendiamo per razionalità? La capacità della mente di compiere azioni prendendo decisioni avendo il tempo necessario e potendo analizzare dati sufficienti.
Dalla definizione già scaturisce il fatto che gli ambiti di utilizzo di queste due modalità sono differenti.
Man mano che l'uomo ha preso consapevolezza della sua capacità di razionalizzare si è convinto che la razionalità sia un metodo sempre migliore dell'istinto.
Ma non è così.
Se una decisione deve essere presa in tempi brevissimi cioè non c'è il tempo materiale per prendere una decisione razionale, così come se non vi sono dati importanti, in questo caso la razionalità non è in grado di dare risultati migliori dell'istinto.
Vi sono attività umane che richiedono una certa dose di entrambe, ad esempio l'arte, che è un mix di razionalità (la tecnica, ad esempio come si usa il pennello) e l'istinto (ispirazione artistica o come volete chiamarla, quelle emozioni che attraverso il pennello fisso sulla tela).
Ci sono altri ambiti in cui l'uso della razionalità è solo un ostacolo, ad esempio se mi insegue un leone, ragionarci sopra mi porterà a morte certa, è meglio scappare nella direzione sbagliata che fermarsi a pensare quale sia quella giusta.
La comunicazione verbale è un ambito in cui l'istinto può fare solo danni, perché la parola e la scrittura sono quanto di più lontano dall'istinto ci sia in giro.
Non a caso si dice di contare fino a 10 prima di parlare, ma nessuno ha mai detto di contare fino a 10 prima di suonare, di disegnare, etc.
Perchè, allora, l'istinto non si limita a fare il suo lavoro, quando è necessario e non lascia alla razionalità gli ambiti che le competono?
A mio parere, l'uomo moderno in particolare, sopravvaluta la razionalità e confina l'istinto in un angolino, non gli permette di fare il suo lavoro quando invece sarebbe il miglior gestore della situazione, questo lo rende una componente estremamente frustrata della nostra mente, che cerca poi di prendere il controllo quando invece non è assolutamente il caso, quando è la razionalità che avrebbe titolo per decidere.
Lo fa quando gli riesce, cioè quando perdiamo momentaneamente il controllo, in situazioni particolari, l'istinto se ne esce e dice: "Fatti da parte razionalità sei lenta e barocca, ora faccio io, sto tizio lo mandiamo diretto affanculo e bon, finito il discorso!"
Come, secondo me, si può facilmente evitare queste uscite inopportune dell'istinto compiendo anche scelte ed azioni più azzeccate? Semplicemente lasciando libero sfogo all'istinto in tutte quelle situazioni dove dovremmo usarlo ed invece facciamo un uso esagerato e inopportuno della razionalità.
Per prima cosa metterei tutti i casi in cui, anche se la decisione sarebbe in teoria razionalizzabile, oggettivamente non abbiamo il tempo necessario, prendiamo la decisione o facciamo un'azione immediata, seguendo l'istinto, capiterà assai di rado di sbagliare, anche perché se i tempi sono stretti è molto probabile che fare qualcosa subito sia più importante di cosa fare. Se mi sta cadendo un vaso in testa è probabile che spostarmi a sinistra o a destra sia meglio, ma è preferibile spostarsi in una direzione qualsiasi e il prima possibile, anche se una direzione magari mi porterà a rompermi un braccio mentre l'altra mi avrebbe fatto uscire incolume, perché mentre scelgo la soluzione migliore il vaso mi ha già spappolato il cranio.
Lasciar fare all'istinto in una miriade di situazioni, oltre ad essere la scelta giusta, è anche estremamente rilassante, perché richiede uno sforzo mentale inferiore ottenendo al contempo risultati migliori.
Un test per capire la differenza tra istinto e razionalità è questo giochino. Chiedete ad un amico di tenere tra le dita una banconota da 10 euro mettete il vostro pollice e il vostro indice ai lati della banconota a metà di essa in lunghezza e larghezza. Chiedete al vostro amico di mollarla senza preavviso e cercate di prenderla. Finchè penserete di prenderla non ci riuscirete mai. Provate a pensare ad altro, a distrarvi completamente, non mancherete una presa, mai. Quando pensavate a come prenderla usavate la razionalità, ma il tempo necessario è troppo breve e il fallimento è sicuro. Quando pensate ad altro il vostro istinto entrerà in azione e lui non sbaglierà un colpo, serrerà police e indice sempre al momento giusto. Come fa? Boh, lo fa istintivamente...
Faccio un esempio di un dialogo tra mente, istinto e razionalità, nel caso in cui si usi la razionalità là dove non è il caso:
M: "Dobbiamo comprare una maglietta, che colore può andare bene secondo voi?"
I: "Rossa!"
R: "Dipende molto anche da dove la vogliamo usare, la metteremo al bar, in ufficio?"
I: "Rossa!"
M: "Bah adesso non so dove la metteremo, forse al bar, forse in ufficio, forse entrambe le cose."
I: "Rossa!"
R: "In ufficio sarebbe meglio magari un colore scuro, un blù, un verde scuro, un nero..."
I: "Rossa!"
R: "Se è per andare al bar forse è più adatta una a righe, un bel giallo, anche un arancione..."
I: "Rossa!"
M: "Vabbè dai prendiamola grigio scuro, che non si sa mai."
I: "Rossa... maledetti, ho detto ROSSA!"
Come dovrebbe essere invece il dialogo interiore? Così:
M: "Dobbiamo comprare una maglietta, che colore può andare bene secondo voi?"
I: "Rossa!"
R: "Ok."
In generale le scelte estetiche, le azioni manuali, i sentimenti, sono ambiti dove dovremmo lasciar agire l'istinto.
Se invece dobbiamo scegliere un'assicurazione per l'auto chiedere all'istinto potrebbe essere deleterio, vi farebbe scegliere quella rossa...
Riassumendo, per come vedo io la cosa, se lasciamo che l'istinto si sfoghi là dove è migliore della razionalità, e sono tantissimi i casi, non cercherà di fare il prepotente quando ci dobbiamo predere il tempo necessario e usare la razionalità, ad esempio quando parliamo e quando scriviamo.